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Basta con l’ossessione per i tassi ufficiali

La nostra ossessione per i tassi ufficiali potrebbe essere poco salutare. Tutti noi del settore ci buttiamo sui verbali della Fed, tentiamo di arguire cosa si nasconde dietro le risposte date in conferenza stampa e siamo in trepidante attesa di qualsiasi segnale che riveli se le banche centrali sono davanti o dietro la curva. Con il senno di poi, spesso guardiamo indietro agli errori “ovvi” di politica, tentando di spiegare il passato attraverso la lente delle decisioni prese dalle autorità (si veda il grafico 1).

Grafico 1 – Errori di politica "ovvi"… col senno di poi

Ma perché lo facciamo? In gran parte, perché l’osservazione delle decisioni dei banchieri centrali combina due elementi molto cari agli esseri umani impegnati a dare un senso al mondo.

  • Prima di tutto, offre un modello semplice del mondo, “a parità degli altri fattori”: presumere che un incremento del tasso produca un risultato X non solo esercita un’attrattiva sotto il profilo intellettuale, ma è anche molto più facile che confrontarsi con la complessità dinamica del mondo reale.
  • E poi è rilevante. I verbali della Fed, le decisioni sui tassi e le conferenze stampa segnano momenti precisi. C’era un ambiente prima dell’evento e poi c’è stata una data in cui le cose sono cambiate. Non è questo il caso con idee più astratte o che implicano un’evoluzione lenta: “globalizzazione”, “cambiamento demografico” e “rivoluzioni tecnologiche” sono concetti molto più difficili da definire ed è per questo che spesso è più semplice limitarsi a ignorarli, concentrandosi sui dettagli e i titoli del giorno, anche se in realtà sono solo “rumore”.

Certo, i tassi sono importanti, soprattutto per gli investitori. Quello dei Fed fund è indiscutibilmente il “tasso esente da rischi” globale, ossia il pilastro su cui si basa la valutazione di tutti gli asset. Ma corriamo il rischio di adottare una visione pericolosamente limitata, specialmente se partiamo dal presupposto che le decisioni sui tassi avranno “inevitabilmente” un certo impatto sull’economia reale.

L’ultimo biennio è un buon esempio. Secondo la teoria economica di base, la riduzione dei tassi stimola l’attività economica in quanto penalizza le imprese e le famiglie che tengono la liquidità in cassaforte, incoraggiandole a impiegarla in modo più produttivo. Il problema è che la decisione di assumere rischi dipende da tutta una serie di fattori: il regime normativo e strutturale, i livelli preesistenti di indebitamento, la percezione del rischio basata sulle esperienze passate, eccetera. Peraltro spesso è il mercato ad avere un impatto maggiore sulla natura più o meno espansiva delle condizioni monetarie. Quanto è più accessibile il credito nell’Eurozona, considerando il calo dei rendimenti sui titoli governativi e la contrazione degli spread dei titoli societari, per non parlare del recente deprezzamento del petrolio (vedi grafico 2)?

Grafico 2 – Allentamento del mercato

Quindi, col senno di poi, probabilmente non dovremmo sorprenderci troppo quando le modifiche della politica monetaria non producono gli esiti che ci aspettiamo. Non è necessariamente un “dilemma” che i tassi ultra bassi non siano riusciti a dare alla ripresa la stessa trazione vista in passato (a prescindere se riteniamo più o meno condivisibile la tesi della stagnazione secolare).

In fondo, ciò che conta e’ “l’iniziativa imprenditoriale”. Se le persone non credono di poter impiegare i propri soldi in modo redditizio (o hanno l’esigenza di ridurre il proprio debito, piuttosto che incrementarlo), tagliare i tassi o inondare le banche di liquidità affinché concedano prestiti non basterà a convincerle del contrario. Per gli investitori, diversamente dagli speculatori, sono queste le dinamiche da osservare, non i movimenti di 25 punti base dei tassi ufficiali.


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