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Sensazione di sgonfiamento: cosa c’è al centro delle aspettative di inflazione?

Abbiamo sentito molto parlare del rischio di deflazione, ultimamente. Il calo dei prezzi petroliferi nei 18 mesi scorsi ha trascinato verso il basso i tassi di inflazione complessiva e questo è coinciso con un brusco declino delle aspettative di inflazione implicite nel mercato. Il presidente della Fed di St Louis, James Bullard, ha citato di recente questo fatto come argomentazione contro il rialzo dei tassi.

Il grafico di seguito indica chiaramente che le aspettative stanno scendendo. Mostra il prezzo del petrolio insieme al tasso di inflazione implicito nella differenza tra i rendimenti dei Treasury indicizzati e non indicizzati all’inflazione.

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Ma è davvero questo che sta succedendo ed è giustificabile? Una correlazione tra aspettative di inflazione e prezzi energetici in teoria potrebbe essere difendibile. L’energia è un fattore di produzione e può incidere sui salari attraverso l’indicizzazione. Se osserviamo i dati, però, i prezzi dell’energia non influenzano l’inflazione di fondo come facevano una volta. Anzi, dal 2010 c’è stata una relazione piatta o leggermente negativa negli Stati Uniti.

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Fin dagli anni Ottanta, l’aumento della concorrenza derivato dalla deregolamentazione e dalla globalizzazione, le aspettative di inflazione più ancorate e l’uso meno intensivo di energia nell’economia statunitense hanno contribuito a indebolire il legame tra prezzi energetici e inflazione di fondo.

Pertanto non è così ovvio per noi che i movimenti del prezzo del petrolio in sé debbano incidere sulle aspettative di inflazione a lungo termine, come alcuni stanno suggerendo.

Al contrario, le rilevazioni delle aspettative di inflazione implicite nel mercato possono essere decisamente fuorvianti. Al di là delle aspettative, riflettono infatti la disponibilità degli investitori a proteggersi contro l’inflazione e anche le caratteristiche specifiche dei diversi asset coinvolti. I TIPS (titoli del Tesoro statunitensi protetti contro l’inflazione) sono molto meno liquidi dei Treasury nominali, ad esempio, quindi sui breakeven influisce anche un premio di liquidità variabile nel tempo.

La ricerca condotta di recente dalla Fed di Atlanta cerca di tenere conto di questo aspetto e di ricavare le aspettative di inflazione effettivamente implicite nei prezzi di mercato. La conclusione di questo studio è che le aspettative in realtà non hanno subito il collasso segnalato da alcuni, ma sono rimaste piuttosto stabili. Di fatto, è stato il premio di liquidità il fattore principale della variazione riscontrata nei tassi di inflazione di pareggio. Del resto è intuitivo, vista la turbolenza di mercato recente, con la fuga di massa degli investitori verso gli asset liquidi “sicuri”, come notato anche da Macro Man.

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I rendimenti sui Treasury USA sono scesi molto rispetto all’inizio dell’anno. Se le aspettative di inflazione non sono cambiate in misura significativa, chi vuole tentare di dare un senso a questa situazione dei prezzi sul mercato obbligazionario dovrà cercare altrove il punto di partenza della sua ricerca.


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