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Cosa ci dicono le aspettative dei profitti riguardo alle performance azionarie?

A metà del periodo della stagione dei risultati, i profitti di Stati Uniti, Regno Unito ed Europa sembrano più solidi del previsto, e le aspettative degli analisti hanno guadagnato slancio. Il FTSE 100, sostenuto da un recupero delle materie prime e dall’impatto valutario post-Brexit, ha effettivamente registrato aumenti nelle previsioni degli analisti.

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Ci troviamo dunque di fronte a un quadro piuttosto incoraggiante. Il valore medio per questa misura per gli ultimi trent’anni è stato prossimo a -2% sia per il Regno Unito che per gli Stati Uniti, pertanto un upgrade netto nel Regno Unito è piuttosto raro. Inoltre, le compagnie presenti sull’indice MSCI AC World passano diverso tempo a rivedere in negativo le aspettative di profitto. Il fenomeno dell’ottimismo eccessivo tra gli analisti, per quel che riguarda le previsioni dei profitti, è ben documentato.

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Questi movimenti sono ben correlati con un recupero dello slancio economico sian negli Stati Uniti che in Europa negli ultimi mesi. Inoltre, un recupero dei profitti non è unicamente basato sul recupero delle materie prime. I tre principali settori dell’indice MSCI AC World sono: finanziari, IT e beni di consumo voluttuari (che assieme compongono il 45% dell’indice, rispetto a energia a circa 7%)e anch’essi hanno anche registrato un modesto miglioramento rispetto ai minimi dei primi mesi dell’anno.

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Perché ciò dovrebbe interessarci?

Potrebbe apparirci strano dover prestare attenzione alle previsioni della comunità degli analisti, dato il nostro stesso scetticismo per quel che riguarda le previsioni e coloro che le fanno. È quasi sicuramente certo che i grafici precedenti ci rivelino molto di più cosa è successo, rispetto a cosa succederà.

Tuttavia, valutare le aspettative di consenso sui profitti può darci indicazioni sulla natura dell’ottimismo o pessimismo di mercato, che potrebbero non essere colte unicamente nei segnali di valutazione. Uno studio che analizza la selezione dei Paesi tra il 1987 e il 1991 e un altro che guarda invece a una selezione di titoli in Europa tra 1987 e 1999 suggeriscono che le revisioni in positivo dei profitti avevano rappresentato un indicatore di sovraperformance futura.

Dal nostro punto di vista, esiste una spiegazione comportamentale a questi risultati. gli analisti reagiscono lentamente alle novità sui profitti, che giá di per sé  tendono  a muoversi seguendo particolari tendenze. Entrambi gli studi guardano a periodi durante i quali i trend positivi differivano dall’esperienza passata. Il primo studio si riferisce all’ovale tratteggiato in rosso nel grafico 4 di seguito, mentre il secondo al lungo periodo degli anni novanta, in verde (abbiamo utilizzato l’S&P in questo caso per via di un periodo più lungo a disposizione).

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Pertanto, non vi è ragione per la quale debba persistere il fenomeno delle revisioni dei profitti come fattore determinante dei prezzi azionari. semplicemente, avviene in funzione di un trend  che segna un cambiamento strutturale che gli investitori colgono lentamente.

Negli anni novanta, analisti e investitori si sono resi conto solo a poco a poco del passaggio a un nuovo regime di crescita dei profitti più pronunciata. Alla fine si s sono concentrati su quel regime, fino a determinare la bolla tecnologica del 1999/2000. Ciò che tuttavia persiste sono tipi più generici di bias comportamentali colti da questi studi, quali ancoraggio e bias di disponibilità.

E oggi? Non sorprende che, vista la mancanza di particolari tendenze (o una transizione a una crescita dei profitti più lenta, se ci si affida ad alcuni commentatori di mercato), le revisioni dei profitti non siano state utili nel darci indicazioni sui prezzi. Semmai, sembra che il rapporto si sia piuttosto invertito: i prezzi hanno “previsto” le revisioni dei profitti al ribasso.

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Ciò vale anche a livello globale, dove la relazione più forte degli ultimi tempi è rappresentata dal fatto che le oscillazioni di prezzo conducano a conseguenti revisioni delle aspettative dei profitti (la relazione è più forte con un ritardo di 9 mesi, per coloro che sono interessati).

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Ancora una volta, questa è una funzione del contesto. La crisi finanziaria gioca un ruolo sproporzionato sul periodo campione, mentre i profitti in generale hanno deluso negli ultimi anni. Gli investitori devono considerare se questo contesto permarrà prima di stabilire se il rapporto possa risultare utile.

I profitti sono alla base delle performance azionarie nel lungo termine, e pertanto è essenziale per le valutazioni che le dinamiche strutturali siano prese in considerazione. Allo stesso tempo, ci sono importanti lezioni da apprendere dalle modifiche di breve termine alle aspettative dei profitti. Per comprenderle, non possiamo basarci sulla ricerca di schemi e l’utilizzo di regressioni, ma piuttosto dobbiamo cercare di valutare se i bias comportamentali più ampi illustrati nei periodi precedenti saranno applicabili in futuro e come si manifesteranno.


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