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Gli investitori europei sottovalutano i rischi politici?

A metà dell’anno scorso, nel pieno del pessimismo di mercato, Aaron aveva parlato in un post della sensazione che gli investitori avessero abbandonato ogni speranza di veder risalire i tassi d’interesse. Sembra passato molto tempo da allora, almeno a giudicare dai commenti sul mercato.

Senza dubbio, nelle economie sviluppate un aumento dell’inflazione e persino della crescita viene considerato quanto meno una possibilità, contrariamente al passato, e questo vale anche per il Regno Unito e l’Europa, dove i mercati azionari hanno tenuto il passo con quelli statunitensi.

I movimenti sono stati accolti con grande scetticismo, in particolare da coloro che vedono la vittoria elettorale di Donald Trump come la sola causa. Tale scetticismo è particolarmente evidente in Europa, dove i commenti hanno sottolineato anche il rischio politico in Francia e in Italia e le persistenti minacce al settore bancario. Persino le nuove ipotesi di salvataggio di una Grecia ancora in difficoltà, che una volta sembrava l’unico problema davvero importante, finora hanno avuto ripercussioni molto modeste nel resto del continente.

Su questo sfondo, è difficile non essere preoccupati per il vigore delle azioni su ampia scala.

Nel reddito fisso, ci sono segnali di tensioni politiche nei credit default swap e nei titoli governativi a breve scadenza, ma contrariamente ai periodi peggiori della crisi dell’Eurozona, i mercati hanno mostrato una relativa capacità di discernimento nell’ultima fase. Dopo aver focalizzato l’attenzione sul Portogallo, più di recente i timori si sono concentrati su Italia e Francia, ma ormai sembra tramontata la paura di un collasso sistemico totale che aveva prevalso negli anni precedenti.

Inoltre, gli spostamenti sul segmento lungo della curva sono stati più correlati, a indicare che fattori come la crescita e l’inflazione su scala europea (oltre all’impatto delle aspettative sui tassi USA) hanno pesato più delle preoccupazioni di natura politica.

Sembra pertanto che l’andamento dei prezzi sia scaturito più dai dati europei incoraggianti che non dall’ottimismo o dai timori politici legati a Trump. E la situazione più rosea emerge nelle ultime statistiche pubblicate in confronto alle aspettative:

Persino gli analisti azionari, notoriamente fin troppo ottimisti, si vedono costretti a ritoccare al rialzo le previsioni sugli utili per l’anno prossimo, un fenomeno piuttosto raro.

Curiosamente, queste sorprese di per sé sono tutt’altro che sorprendenti, se si pensa a quanto fossero diventate depresse le aspettative a metà dell’anno scorso. Il grafico 7 in basso illustra i risultati di un sondaggio condotto fra gli economisti di oltre 20 banche e società di consulenza finanziaria di rilievo, sulle aspettative di crescita nell’Eurozona per il 2017.

All’inizio del 2016, la maggioranza delle previsioni (circa il 50%, come illustrato dalla barra viola) indicava una crescita compresa fra l’1,7% e l’1,9%. A luglio, solo il 4% aveva mantenuto questa convinzione, mentre circa il 60% riteneva che la crescita sarebbe stata inferiore all’1,4% (barra arancione).

Non dovremmo sorprenderci del fatto che le previsioni siano state smentite, e i movimenti dei prezzi petroliferi avranno svolto senza dubbio inciso su queste stime, come avevano già sottolineato l’anno scorso sia Steve che Alex. Tuttavia, queste ampie oscillazioni riflettono quanto sia cambiato l’umore di mercato dall’anno scorso.

L’aspetto interessante è che, nonostante i dati positivi illustrati dall’indicatore di sorpresa economica in alto e la ripresa del petrolio in atto, le aspettative di crescita sembrano ancora pessimistiche rispetto all’inizio del 2016 (e si noti che nessuna previsione indica ancora una crescita dell’1,7-1,9%, che pure era l’aspettativa di consenso un anno fa).

Il modo in cui decidiamo di interpretare queste informazioni probabilmente dipenderà dalle nostre opinioni preesistenti. I mercati si stanno lasciando trascinare al punto da ignorare sia i rischi politici che il pessimismo degli economisti? Oppure si sono semplicemente scrollati di dosso parte del profondo pessimismo che aveva prevalso a metà del 2016?

Da parte nostra, tendiamo a sposare la seconda ipotesi: in fin dei conti, il pessimismo in Europa appare tuttora pervasivo, nonostante il contesto di dati in miglioramento. E spesso un atteggiamento così negativo implica l’esistenza di un certo margine di sicurezza per le delusioni, come pure la possibilità di una reazione forte anche alla minima sorpresa positiva.

Nessuno sa come si evolveranno i rischi politici e si possono facilmente immaginare gli scenari catastrofici connessi all’uscita di singoli Stati membri dall’Unione Europea o al collasso della stessa UE. Ma proprio questa facilità di immaginazione suggerisce che siamo adeguatamente compensati per il rischio che tali ipotesi si concretizzino.


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