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Perché la Corea del Nord non preoccupa i mercati?

Questo post si basa sull’intervento pubblicato da Eric sul suo blog personale philosophyofmoney.net la settimana scorsa, riguardo alla complessità del meccanismo di determinazione dei prezzi degli asset.

Il grafico di seguito rappresenta l’andamento del mercato azionario sudcoreano e statunitense finora quest’anno, unitamente ad alcune notizie giunte dalla penisola coreana:

Come dice Eric sul suo blog, sarebbe stato ragionevole aspettarsi una volatilità degli asset coreani più alta di quella effettivamente manifestata. Il linguaggio e le dimostrazioni di forza militare da entrambe le parti sono fonte di preoccupazione. Tuttavia, osservando il grafico relativo al mercato azionario coreano, quasi non ci si accorge che si accaduto qualcosa di significativo, né tanto meno si sospetta che potremmo essere sul punto di un conflitto mondiale.

Questa tenuta dei mercati (finora) si inserisce in una tendenza più ampia: la volatilità realizzata di quasi tutti gli attivi principali è stata modesta nel primo trimestre dell’anno, nonostante il gran parlare dei rischi geopolitici in aumento.

“Insolitamente incerto”

Il fatto che i mercati siano rimasti così tranquilli a dispetto di un mondo più minaccioso fa sorgere domande interessanti sui fattori all’origine dei movimenti di prezzo degli asset. La sensazione intuitiva è che “incertezza” e volatilità debbano andare di pari passo. C’è anche la tendenza a considerare possibile che l’ “incertezza” aumenti e diminuisca regolarmente e che l’ambiente risulti “insolitamente incerto”– e questo è un po’ strano. Da un punto di vista filosofico, ciò che non sappiamo oggi presumibilmente rientra in quello che non sapevamo neanche prima: avere più informazioni non può tecnicamente ridurre la nostra certezza riguardo a cosa succederà.

Ad esempio, la vittoria elettorale di Trump deve essere stata inserita nella distribuzione delle probabilità tre anni fa, altrimenti non avrebbe potuto verificarsi. Ma ora che sappiamo con certezza che Donald Trump è il presidente degli Stati Uniti, siamo tutti convinti che l’incertezza politica sia aumentata.

In sostanza stiamo dicendo che, a nostro giudizio, la probabilità di eventi negativi estremi è diventata più certa.

È una cosa che può accadere in due modi.

  1. Nuove informazioni mostrano che le nostre convinzioni iniziali erano errate. Gli esseri umani in genere sopravvalutano le “incognite note” e sottovalutano le “incognite ignote”, il che equivale a dire che di fatto ignoriamo i rischi di cui non siamo al corrente. Per questo, la scoperta di un cigno nero significa che dal punto di vista del singolo individuo, c’è più incertezza: se prima avreste acceso una seconda ipoteca sulla casa per scommettere che i cigni sono bianchi, adesso non ne siete più così sicuri.
  2. L’orizzonte temporale fa differenza. Le distribuzioni di probabilità considerano la gamma di esiti possibili nell’arco di un determinato periodo di tempo. Gli investitori non hanno scontato le probabilità che la terra venga inghiottita dal sole perché, per quanto sembri un evento inevitabile, è molto improbabile che si verifichi in un orizzonte temporale concepibile dall’investitore medio. Probabilmente molti di coloro che operano sui mercati considerano il riscaldamento globale e gli alti livelli di debito del Giappone allo stesso modo.

 

Può sembrare un’analogia insulsa, ma guardate al trattamento riservato dagli investitori europei alle varie elezioni nel continente. Spesso sono annunciate con largo anticipo (le elezioni hanno cicli regolari), ma l’ “incertezza” che le accompagna tende a manifestarsi sui mercati solo nei mesi immediatamente precedenti.

Di conseguenza, il semplice passare del tempo può risultare significativo.

Questi due aspetti implicano che dovremmo dedicare all’incertezza un ragionamento profondamente complesso, riflettendo di più sulle incognite ignote: ma quanto di più? L’orizzonte temporale dell’investitore medio conta, ma non è statico: la coorte di partecipanti al mercato cambia costantemente e anche i singoli penseranno al breve termine in alcuni momenti più che in altri.

E allora, la Corea? Una terza osservazione sull’incertezza

Come mai i mercati non hanno cominciato a considerare più probabile un’evoluzione gravemente negativa?

La risposta più ovvia sarebbe che in realtà i rischi di conflitto non sono aumentati. Le dimostrazioni plateali di forza della Corea del Nord non sono una novità (anche se la nostra sensazione è che il mercato azionario e la valuta del Paese in passato tendevano a reagire di più a queste fasi), mentre la teoria della distruzione reciproca garantita può ancora reggere come fattore di prevenzione del conflitto.

Si potrebbe anche sostenere che altre forze siano state più determinanti ai fini dell’andamento dei mercati e che non conosciamo lo scenario controfattuale. Forse i listini azionari avrebbero raggiunto livelli ancora più alti senza l’aumento delle tensioni in Corea: è una possibilità concreta, visto che il mercato sudcoreano di fatto presenta oggi valutazioni più convenienti, pur essendosi mosso verso l’alto, a causa del vigore dei profitti generati

Per quanto valide (e indimostrabili) siano queste argomentazioni, forse c’è anche dell’altro. L’incertezza conta per gli investitori solo nella misura in cui si manifesta “nelle regole del gioco”. Una guerra nucleare di sicuro trascende le regole: che importanza può avere il peso relativo di azioni e obbligazioni in portafoglio nel contesto di un evento apocalittico?

Magari anche questo sembrerà uno scenario estremo, ma è interessante notare che non c’è stato alcun impatto sulle azioni statunitensi nel periodo della crisi missilistica di Cuba, probabilmente per le stesse ragioni. Nel 2008 si è verificata una flessione correlata degli asset, quando gli investitori si sono buttati sulla liquidità, ma se con un collasso sistemico vero e proprio diventa impossibile ritirare contanti al bancomat, non ci sono più certezze. Lo stesso vale per una rivoluzione di stampo comunista. Come è possibile per un investitore tenere conto di questi rischi? Non cambiamo strategia a Monopoly se c’è una (notevole) probabilità che l’avversario ribalti il tabellone in preda alla frustrazione.

Abbiamo scritto un paio di post per spiegare che la volatilità e l’incertezza non vanno di pari passo e un periodo di bassa volatilità non indica necessariamente un crollo inevitabile all’orizzonte. Ma la volatilità contenuta degli ultimi tempi basta a rivelare la natura profondamente complessa del meccanismo di determinazione dei prezzi e la necessità di diffidare di qualsiasi semplificazione secondo cui “i prezzi non fanno altro che reagire alle notizie”.


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