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Istantanea di Episode Blog: Mercati italiani

I mercati hanno reagito di impeto alle notizie del fine settimana sul fallimento dei tentativi di formare una coalizione di governo in Italia, dopo che il Presidente della Repubblica ha posto il veto sul ministro delle Finanze proposto, rilanciando la possibilità di un ritorno alle urne nei prossimi mesi.

L’instabilità dei governi in Italia non è una novità, ma questa volta i timori sono motivati dalla minaccia che una campagna anti-UE efficace possa prendere piede.

La risposta dei mercati è stata molto indicativa. Il rendimento sui titoli di Stato italiani a due anni, che era negativo solo poche settimane fa, è schizzato a quasi il 2,5%, un livello ampiamente superiore a quello di altri Paesi UE.

Il mercato azionario italiano, a inizio maggio uno dei più performanti al mondo quest’anno, adesso risulta piatto con drawdown a doppia cifra a livello dell’indice e in particolare dei titoli bancari.

Ma qual è il motivo di movimenti così importanti? Di sicuro non sono mancate situazioni di incertezza politica altrove. La Germania è riuscita a formare un governo solo a marzo, mentre la Spagna ha dovuto fare i conti con il referendum sull’indipendenza catalana a ottobre dell’anno scorso e venerdì voterà la fiducia al Primo ministro. Eppure, in questi casi i movimenti di prezzo sono stati molto meno marcati.

La sfida per gli investitori, nel caso dell’Italia, è legata alla natura specifica di scenari relativamente binari, che alterano le proprietà di rischio degli asset in sé. La settimana scorsa ho scritto un post sulle dinamiche di rischio binarie e condizionali nel contesto dei mercati emergenti, ma in quello europeo ci troviamo di fronte a qualcosa di particolare.

Le economie dell’Europa periferica fanno ancora conto sul sostegno della BCE, che però è di natura condizionale, nel senso che i Paesi devono rispettare le regole (prima di tutto in termini di politica fiscale e riforme strutturali) per essere idonei.

Quando quel sostegno c’è, svolge un ruolo simile a quello di un prestatore di ultima istanza; quando al contrario viene meno, i Paesi che non hanno facoltà di stampare moneta possono contare solo sulle loro forze per rimborsare un debito di proporzioni enormi.

Quello che in precedenza era un rischio tassi può trasformarsi molto rapidamente in rischio di credito.

Un esempio più estremo è quello della Grecia, dove i tentativi di sfidare le regole dell’Unione Europea hanno gravemente danneggiato l’economia (secondo alcuni, mentre altri negano queste conseguenze).

Entrambi gli esempi saranno ben presenti nella mente degli investitori che cercano di valutare gli sviluppi in Italia. Le reazioni emotive provocate dall’esperienza di quegli eventi avranno anch’esse un ruolo molto rilevante, a prescindere da quanto ci sforziamo di restare obiettivi. A questo punto diventa molto facile immaginare scenari estremi, come il default o l’uscita dell’Italia dall’UE. Non importa che non sia cambiato molto, di fatto, nel corso del weekend: la sola reintroduzione di questi rischi fra le probabilità è sufficiente a innescare reazioni sproporzionate sui mercati.

Dal nostro punto di vista, cominciamo a notare comportamenti di natura decisamente episodica: i movimenti di prezzo sono rapidi e preoccupanti, una singola storia sta dominando la narrazione generale e iniziano a emergere segnali di contagio in altri asset.

Questo fa presagire un’opportunità per gli investitori, come è accaduto con il Portogallo nel 2016, o ricadute molto gravi, come in Grecia? La situazione può sempre peggiorare, ma è innegabile che al momento veniamo remunerati meglio di una settimana fa per questi rischi.


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